Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band e quel primo posto tra gli album più belli

Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band e quel primo posto tra gli album più belli

A soli 52 anni di età Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band è ancora al primo posto nella lista dei 500 migliori album secondo Rolling Stone, un titolo che sembra inciso nella pietra, quasi come quello di Jimi Hendrix nella classifica dei chitarristi. Nonostante mezzo secolo ci separi dai luminosi anni ’60, il rock non sembra trovare nuove leggende in grado di smuovere questi pilastri della musica.

Nato nel 1967 come una sfida per alzare l’asticella dopo l’uscita di Pet Sounds (meraviglia musicale indiscussa) dei Beach Boys, storici rivali d’oltreoceano, l’ottavo album dei Beatles viene concepito da Paul McCartney come il prodotto di un gruppo alter-ego dei Fab Four: una fantomatica band del Sergent Pepper, che richiama l’Heartbreak Hotel di Elvis Presley, influenza musicale principale di John Lennon.

Scelto il nome, partono all’esplorazione di nuovi territori: liberi dall’etichetta e dagli stressanti concerti urlanti in tutto il mondo (ultimo nel 1966), i quattro in studio si spingono oltre i propri confini, utilizzando le tecnologie più avanzate, che tuttora rendono l’audio di Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band un prodotto eccellente, con nulla da invidiare alle strumentazioni più moderne. Suoni cristallini, sperimentazioni che vanno dal sitar di George Harrison alla traccia al contrario, che chiude l’album dopo la complessa A day in the life.

Altro pezzo forte dell’album sono i contenuti, con tracce misteriose che parlano di personaggi non convenzionali (“She’s Leaving Home” presa da un fatto di cronaca della Liverpool dell’epoca) alternati a classici pezzi romantici alla Beatles, come la bellissima ballad “When I’m 64” di Paul McCartney. Capitolo e livello a parte per Lucy in the Sky with Diamonds: dai suoni degni dell’indie attuale (l’arpeggio iniziale me lo immaginerei benissimo riproposto dai Foals) al testo che ha sempre suscitato mistero. Ispirazione dovuta all’LSD? Disegno fatto da Julian Lennon per una sua compagna di scuola e che poi ha ispirato John? Citazione di Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll?

Non lo sapremo mai probabilmente. Così come non sapremo se la copertina di Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band è veramente un richiamo alla storia di Paul Is Dead. E neanche avremo una teoria attendibile sul perché ci sono lì quei personaggi famosi misti a personalità anonime. Di un disco è sempre bello (e doveroso) conoscere la verità ma senza farla diventare ostinazione o peggio didascalia.

E quindi apprezzeremo l’unica cosa che è certa, che si tratta di un gran bel disco. Che dopo tutto questo tempo riesce ancora a dare emozioni fortissime e confermare l’eccellenza di una band dalle idee molto più attuali di tante altre. Nell’epoca che cerca il disruptive, sento ancora il bisogno di cercare ispirazioni negli anni ’60.

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