Masseduction ovvero la scommessa vinta di St. Vincent

Masseduction ovvero la scommessa vinta di St. Vincent

Quando un disco promette bene spesso bastano le prime quattro battute per convincersene: così Masseduction (Loma Vista Production), già dai primi battiti, dimostra di avere carattere e qualcosa da dire. Un sound nuovo per un disco preciso: il quinto album in studio di St. Vincent, al secolo Annie Clark, era uno dei più attesi della stagione e possiamo dire che è ben valso l’attesa.

A 3 anni di distanza dall’omonimo St. Vincent, vincitore di un Grammy Award come Best Alternative Album, Masseduction contiene 13 tracce scritte quasi esclusivamente dalla chitarrista texana che, per l’occasione, sfodera una chitarra dai riff aggressivi e ben azzeccati unita ad un uso smodato ma piacevole di octaver e distorsioni. Prodotto dalla stessa  Annie Clark  insieme a Jack Antonoff presso gli Electric Lady Studios (sì, quelli di Jimi Hendrix) di Manhattan è stato poi completato con registrazioni addizionali realizzate al Rough Consumer Studio di Brooklyn e al Compound Facture di Los Angeles.

La prima nota che voglio fare è che amo l’uso della batteria elettronica in quasi tutte le tracce del disco e per me già questo, unito alle melodie della chitarra, basta per definire quest’album una bomba. Molto ritmo, quindi, e una ulteriore crescita vocale ben percepibile. Il bello degli album di St. Vincent è che sono molto vari tra loro e anche questo mantiene la promessa: un misto di elettropop, new wave, glam rock con suoni che riecheggiano Prince un po’ in tutto il lavoro, a partire dalla titletrack Masseduction, offrendo tuttavia combinazioni inedite e fresche.

E se New York, uscita a giugno, poteva risultare una ballad molto pop  (che rimane la mia preferita) altre tracce hanno un’anima inconfondibilmente rock, come il singolo Los Ageless, Sugarboy o Fear The Future. Il tutto per un album non facilmente classificabile o inquadrabile in un genere ben definito. Molta sperimentazione anche nelle tracce più pacate come Hang on me o Happy Birthday Johnny (personaggio ricorrente, presente anche negli album precedenti).

Varietà anche nelle collaborazioni: da Doveman al pianoforte a Kamasi Washington al sassofono, passando per Tuck & Patti (per chi non lo sapesse, zii dell’artista) e la modella Cara Delevingne, che canta in Pills, traccia satirica sulla dipendenza della società da pillole e supporti affini. La modella, ex fidanzata dell’artista, è anche al centro di alcuni dei testi dell’album che, in generale, non è introspettivo al pari dei precedenti lavori (vedi Strange Mercy). A prescindere da quest’unica pecca e dal tono vagamente kitsch del marketing, il disco, a livello di suoni convince e si piazza tra i più interessanti della stagione. In conclusione: I can’t turn off what turns me on, cit.

Published by Stefania Barbato

Deeply interested in creativity, communication and electro pop rock sounds.