Michelangelo e il coraggio di affrescare la Cappella Sistina

Michelangelo e il coraggio di affrescare la Cappella Sistina

In questi giorni sto leggendo un libro che mi sta piacendo tantissimo. Nella mente dell’artista di Will Gompertz parla del processo di creazione usato da grandi artisti per produrre quei capolavori che sono passati alla storia.

Tanti tratti comuni tra curiosità, creatività, visione d’insieme e cura dei dettagli. E un tratto immancabile: il coraggio. Produrre un’opera d’arte è molto spesso come essere nudi di fronte al mondo mostrando qualcosa di cui non si è sicuri del valore. Un grande atto di fiducia, insomma, verso se stessi ma anche verso il prossimo

Benedizioni al tuo coraggio, uomo, è la strada per le stelle.

– Virgilio

Di tutte queste storie, quella che mi ha colpito di più, perché non ricordo di averla mai sentita prima e anche perché associata ad un’opera grandiosa dell’umanità, è la nascita degli affreschi della Cappella Sistina. Nonché la storia del travagliato atto di coraggio di Michelangelo.

Appena trentaduenne, Buonarroti era brillante (aveva già il David nel suo curriculum) ma infelice: il suo mecenate Papa Giulio II gli aveva revocato l’incarico di scolpire la tomba papale. Michelangelo sospettava che Bramante, architetto preferito del Papa, stesse congiurando per favorire Raffaello. E la stessa assegnazione degli affreschi della Cappella Sistina la visse come una conferma di questa trama.

Michelangelo come prima risposta al Papa esordì con un clamoroso no. “Accettare la Cappella Sistina significava rischiare tutto per una commissione che non si era cercato né si sentiva pronto ad affrontare” spiega Will Gompertz. E lui era uno scultore, non un pittore. Men che meno un esperto di affreschi, cosa che Bramante e Raffaello sapevano bene.

Michelangelo protestò varie volte al Papa di non riuscire a trovare collaboratori adatti per completare il lavoro di quell’opera immensa, sottolineando le difficoltà della pittura che gli gocciolava negli occhi e nelle orecchie (vicenda che tutti i libri di storia dell’arte non mancano mai di sottolineare). La situazione si sbloccò solo quando il Papa disse le parole magiche: poteva disegnare quello che voleva.

Con l’idea di avere carta bianca in testa e lo spettro del fallimento sulle spalle, “Michelangelo decise che, se l’incarico si fosse rivelato un fallimento, almeno lo sarebbe stato in maniera spettacolare“. E trovò il coraggio di rappresentare le scene della Genesi, rinchiudendosi 4 anni nella Cappella Sistina e lavorando completamente solo giorno e notte. Quando nell’ottobre del 1512 smontò l’impalcatura, fu ripagato con la soddisfazione di vedere lo stupore negli occhi del corteo del Papa. Stesso stupore che rivivono gli spettatori oggi.

Prima di allora non era mai stato prodotto alcunché del genere né lo è stato in seguito. L’assoluto virtuosismo dell’affresco michelangiolesco, la tecnica esemplare, la totale comprensione della prospettiva e la fervida immaginazione sono abbaglianti e ineguagliabili.

Will Gompertz

Questa vicenda è una storia esemplare. Sia perché racconta il coraggio di un artista di cimentarsi con qualcosa che né aveva cercato né si sentiva in grado di fare. Ottenendo poi la consacrazione a dispetto di chi gli congiurava dietro. C’è poi l’importanza di avere qualcuno che crede in noi, come il Papa che era sicuro che Michelangelo fosse all’altezza delle aspettative.

E infine la lezione più importante di tutte. “Chiunque desideri esplorare nuove idee deve saper osare. La società esercita su di noi una pressione enorme affinché ci uniformiamo”. La vicenda della Cappella Sistina ci insegna che vince chi riesce a rispettare l’ordine precostituito ma trovando la propria voce fuori dal coro.

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